lunedì 12 settembre 2016

La cosa. Parte quinta

Ora, vorrei che questa fosse la parte della storia raccontata meglio. Vorrei che leggendo, voi capiate davvero cosa sono stati i miei 2 mesi di chemioterapia. Il racconto è davvero lungo. Parto dal primo ciclo.

Cosa sapevo prima di iniziare.
I cicli di terapia che avrei dovuto fare sarebbero stati due o tre, in base a come sarei riuscita a reggerli.
Ogni ciclo avrebbe avuto la durata di 3 settimane: durante la prima avrei fatto terapia cinque giorni di fila per circa quattro ore al giorno, durante le due settimane successive un solo giorno per un'ora scarsa.
I farmaci chemioterapici sarebbero stati 3 (Cisplatino, Etoposide e Bleomicina).
Avrei perso i capelli.
Avrei potuto avere tutta un'altra lunghissima serie di effetti collaterali: nausea, vomito, vene che "spariscono", abbassamento dei globuli bianchi e delle piastrine, stanchezza, dolori muscolari e ossei e molti altri che ora nemmeno ricordo più.
Avrei avuto molti farmaci da prendere costantemente o all'occorrenza.

Primo ciclo (2 maggio - 17 maggio)
Il mio spazio consiste in 3 metri quadrati all'incirca, con me una poltrona grigia gran comoda, un ago in vena e una grande bottiglia d’acqua da sorseggiare di continuo.
Non mi posso proprio lamentare dell’ambiente. Qui è tranquillo, le infermiere sono brave, con un giusto grado di sensibilità.
Cosa non mi piace? Farmi bucare. Durante i primi due giorni penso che questo sia il momento peggiore di tutti, più di quando ti iniettano sostanze fredde o “pizzichine”, più di quando ti iniettano i farmaci chemioterapici. Tutto perché io le vene le ho brutte, piccole, poco visibili. Ho le vene brutte e devo farmene una ragione. Nei primi due giorni conto già 4 buchi. A questo punto la via percorribile più auspicata è quella di installare un piccolo catetere venoso centrale grazie al quale non sarà più necessario bucarmi le braccia: il port-a-cath. Mi mettono in lista d'attesa e nel frattempo si prosegue con le braccia e le mani.
I primi due giorni passano, vado anche a fare zumba, mi taglio i capelli e sì mi sento un po' più debole e assonnata del solito, ma insomma, se è tutto qui questa chemioterapia sarà una passeggiata.
Il terzo giorno vado in macchina da sola a trovare le mie colleghe a scuola. Un piccolo zombie assonnato ma che ancora ce la fa. Forse inizio ad avere un po' di mal di stomaco, non ricordo con esattezza.

E poi? Poi arriva giovedì e giovedì inizia l'inferno. In ospedale scalpito, le quattro ore iniziano a farsi impegnative, mi faccio mettere una coperta perché inizio anche a tremare, a casa inizia la nausea, nonostante gli antiemetici. Vomito. Le forze stanno a 0, la voglia di mangiare sotto le scarpe. Mi sposto a dormire nel lettone con la mamma.
Venerdì in ospedale mi tocca la stanza lilla.
Piccola parentesi.
A Lecco i pazienti oncologici che devono fare la chemio, vengono suddivisi in 2 gruppi: soli e lune.
Ogni giorno ogni gruppo viene sistemato in un locale - quello più grande ha i piccoli vani con le tende dove ti può sempre avere vicino un amico/parente, l'altro è la cosiddetta stanza lilla dove si sta tutti insieme senza divisori e non è permesso avere accompagnatori se non per qualche minuto.
Ecco, mi tocca la stanza lilla. Inizio mentalmente a disperarmi perché, benché la presenza di mia madre non cambi il mio stato fisico durante la terapia, la sua presenza mi rassicura psicologicamente. E vi assicuro che quando si sta così male, avere qualcuno che sia lì con te è fondamentale.
Fortunatamente la Robi, una delle mie infermiere, legge il malessere che ho stampato in faccia e mi fa accomodare nell'unico letto, che si trova in uno spazio attiguo alla stanza lilla, dove mia mamma può restare tutto il tempo.
Durante la terapia tremo, tremo tantissimo, forse ho freddo, ma la sensazione che ho non è proprio quella. In ogni caso mi faccio dare un lenzuolo e mi copro. Tenere gli occhi aperti è un'impresa titanica, mi arrendo e ascolto la musica con gli auricolari. Provare a dormire nel frattempo è l'unica scelta saggia che sembra esserci.
Viene a farmi visita una delle dottoresse, forse mi aggiungono una dose di antiemetico, non ricordo bene. Dice che per il prossimo ciclo valuteremo se ricoverami invece che fare il day hospital, visto come sto reagendo alla terapia. Non bene.
Io non vedo l'ora che tutte quelle goccioline finiscano di cadere e che i sacchetti con i farmaci si svuotino. Non vedo l'ora di tornarmene a casa, nel letto. Non vedo l'ora che il tempo passi.
Ma il tempo sembra aver preso un altro ritmo. Non passa, non passa mai.
Il mio cellulare squilla spesso, tempestato di messaggi da amici cari e da persone che non vedo e/o sento da una vita, ma le forze per rispondere non ci sono.
A casa esistono solo il divano e il letto. Più il letto.
Un letto che mi accoglie stanca e senza energie, che mi vede rigirarmi spesso, addormentarmi e svegliarmi ad ogni ora del giorno e della notte. Io voglio solo dormire, per non sentire niente. Voglio solo dormire e vedere che il tempo è passato nel frattempo.
Mangiare e bere è una sfida: quando finisco una tazzina da caffè riempita a metà di gelato si festeggia. L'unica cosa che ho minimamente voglia di sorseggiare è il succo all'albicocca.
Il tempo non passa.
Il tempo non passa.
Il tempo non passa.
Sembra di non star vivendo veramente.
Non sento un unico dolore acuto, come quello di un taglio o di un forte mal di pancia.
Il malessere è distribuito in tutto il corpo, non è acuto ma è costante, di quella costanza che dà sfinimento.
Penso che non ce la farò a resistere, penso che sono solo al primo ciclo ma che mi basta e avanza, penso che non può esiste un malessere più grande. Penso - e mi spaventa avere oggi la consapevolezza di aver avuto questo pensiero - che ora capisco chi chiede l'eutanasia, perché vi assicuro che vivere sentendo la fatica di respirare e persino la fatica di stare seduti sul divano, non è vivere, è un sopravvivere malvagio.
E siamo a sabato, e sabato non è tanto diverso da venerdì. C'è fatica a fare tutto. La bilancia segna 4 kg in meno, non riesco nemmeno a guardare la televisione: troppo impegnativo anche quello. Il senso di estraneità dalla vita persiste.
Mi sveglio domenica mattina e sembra di stare meglio. Arriva la mia Rosy, l'infermiera del reparto che conoscevo già perché abita nella mia stessa frazione, mi fa la puntura di cortisone e quella di plasil. Mezz'oretta dopo sfioro il collasso, respiro a fatica, il battito è accelerato, di riuscire ad alzarmi dal letto non se ne parla. Mia mamma richiama la Rosy e sente il medico di famiglia che viene a visitarmi. Mettendo insieme le informazioni, l'unica ipotesi che potrebbe spiegare tutto che io reagisca male al plasil. Quella sera e il giorno successivo evitiamo quindi di iniettarmelo ulteriormente ed effettivamente episodi come quello di domenica mattina non si ripresentano.
Domenica pomeriggio riesco addirittura a guardarmi un paio di film in tv e a mangiare un toast intero.
Martedì vado a fare il richiamo settimanale di bleomicina: una passeggiata in confronto della settimana appena passata.
Piano piano si inizia a risalire dal baratro e mi convinco che posso tornare a scuola. Giovedì mattina mi sveglio decisa ed entusiasta, faccio le scale per andare a vestirmi ma arrivata in cima devo assolutamente sdraiarmi sul letto per non svenire. Un simpatico calo di pressione ha deciso di farmi visita. Aspetto mezz'oretta, convinta che la pressione non possa rimanere bassa a lungo e invece no, devo rimettere in tasca la mia idea di uscire e passo tutta la giornata a bere Gatorade all'arancia rossa. All'alba delle 19:00 finalmente la massima decide di superare la barriera del 100 e festeggio uscendo a mangiare una pizza con la mia migliore amica.
Il giorno successivo non mi ferma nessuno, finalmente vado a scuola a sfoggiare davanti ai miei alunni il mio nuovo taglio di capelli, una bambina mi dice che così sembro una cantante famosa. Vi amo!
La terza settimana del primo ciclo inizia in modo traumatico: è arrivato il mio turno di mettere il port-a-cath. L'attesa fuori dalla sala è snervante. Di fronte a me si siede una coppia. Lui è lì per rimuovere il port. Non ho chiesto nulla, eppure decidono di parlarmi. Lei mi dice che il marito sono cinque anni che ha il piccolo catetere venoso, mi dice che non dà fastidi, che non ci si accorge nemmeno di averlo. Io nella mia testa penso solo ad un gigantesco vaffanculo che vorrei urlarle in faccia: io non sono un uomo di 50 anni sposato, sono una ragazza di 27 single e con l'estate alle porte. Ma cosa parla a fare? Lei che non ha un serbatoio di titanio che le sporge dal petto, cosa vuole saperne?
Ma, ancor peggio della conversazione in sala d'attesa, c'è l'operazione. Con degli aghi lunghissimi mi fanno l'anestesia locale. Brucia. La testa è bloccata girata verso sinistra con sopra un telo che mi impedisce di vedere, per fortuna. Le orecchie però ci sentono benissimo e tra un "tampona il sangue", "bisturi" e "sto facendo un po' fatica perché hai i tessuti muscolari giovani e forti", passo una mezzora che definire traumatica è poco. Le lacrime non smettono un attimo di scorrere, ho paura. Non vedo l'ora che sia tutto finito, voglio andarmene. Quando anche l'ultimo punto è messo, mi staccano da tutto e posso finalmente uscire da quella stanza delle torture. Passo le ore successive in reparto in osservazione e poi finalmente a casa dove piano piano il dolore inizia a farsi sentire. Mi rimpinzo di ghiaccio e alla fine cedo anche ad una tachipirina.
E siamo a martedì 17, l'ultimo giorno del primo ciclo. Mi somministrano per la prima volta la terapia dal port. Effettivamente rispetto alla caccia alle vene è di una gran comodità.

sabato 6 agosto 2016

La Cosa. Parte quarta

Lunedì 29 febbraio 2016.
Per un tumore raro meglio scegliere una data rara. Eccomi in ospedale ad indossare - di nuovo - il meraviglioso camice coi lacci sulla schiena, la cuffietta verde e le immancabili calze operatorie che ti stringono le gambe come due bei salsicciotti. Il reparto è sempre l’accogliente week surgery dell’Ospedale di Lecco dove ritrovo le mie infermiere. Mi piace la week surgery! Ad operarmi è sempre lui: il primario di ginecologia che a tagliarsi i baffi simmetrici proprio non ci riesce (glieli controllo sempre). Il momento di scendere verso la sala operatoria è sempre particolare, perché è lì che si inizia ad avere la paura un po’ più vera, quella fisica. Sembra che il tuo corpo d’improvviso sia dieci volte più ricettivo, senti ogni muscolo, ogni respiro, la temperatura che cambia. Le infermiere stemperano la tensione con qualche chiacchiera di circostanza, dopo le immancabili domande sul nome e la data di nascita. Poi arriva il buco nel braccio per la flebo, l’entrata in sala operatoria, l’arrivo dei medici, la sistemazione sul tavolo operatorio con relativa svestizione e uno, due, tre, quatt…
Il risveglio un po’ me lo ricordo: l’anestesia è stata decisamente più leggera dell’altra volta. Ero in una saletta con un altro paziente a fianco e un infermiere (o forse era l’anestesista) di fronte a me. Mi dice che dobbiamo aspettare ancora un attimo e poi saremmo saliti. Ok, non ho fretta, non ho preso altri impegni per la giornata. Ad attendermi in camera, come sempre, c’è la mamma. La ripresa da questo intervento è veloce e per poco non scampo anche il vomito (un solo episodio prima di addormentarmi). Il medico ci riferisce che l’intervento è andato bene e che a livello macroscopico non hanno trovato nulla. Il giorno successivo vengo subito dimessa, con la prescrizione di 18 punture nella pancia. Ok, ormai me ne son fatta una ragione, tanto che ho imparato anche a farmele da sola. La dottoressa mi chiede quanti giorni sento di dover stare a casa dal lavoro, butto là un “due giorni?” ricevo in risposta un “mmm… di solito per questo tipo di intervento diamo due settimane”, alla fine ci accordiamo per quattro giorni a cui avrebbero fatto seguito un sabato ed una domenica. A casa mia non esiste stare così tanto lontana da scuola, e non certo per stacanovismo, semplicemente amo il mio lavoro. Passano i giorni, i tre piccoli tagli dell’intervento si rimarginano, i punti si sciolgono, riprendo con la dovuta attenzione ad andare in palestra e a fare gli addominali, vado a Berlino per le vacanze di Pasqua. Poi arriva il giorno del ritiro dei referti istologici.

Lunedì 4 aprile 2016.
Ci sono positività. Sono piccole, proprio a livello cellulare. Ma ci sono. Le linee guida in questo caso suggeriscono caldamente la terapia: chemioterapia con schema PEB. Prima di iniziare si susseguono esami di ogni sorta: TAC, PET, spirometria, ecocardiogramma, esami del sangue. E, ovviamente, la visita oncologica dove mi spiegano bene come funzionano i cicli di terapia. Mi dicono che, dal momento in cui inizierò la terapia, fino alla fine dell’anno scolastico molto probabilmente non riuscirò ad andare al lavoro. In quel momento questa è la cosa più difficile da accettare.

Lunedì 2 maggio 2016.
Primo giorno di chemioterapia.

sabato 4 giugno 2016

La Cosa. Parte terza

Ovociti archiviati, mi posso concentrare sulla chemioterapia e capire effettivamente cosa mi aspetta.
Il 10 novembre vado a fare la prima visita in oncologia all'Ospedale di Lecco. Ad accogliermi c'è una dottoressa giovane, si chiama Federica e devo dire che mi ispira fiducia. Federica mi spiega che dovrò fare 6 cicli di chemioterapia, che ogni ciclo prevede un'infusione di farmaci per vena, che ogni ciclo dura tre settimane; mi fa leggere l'informativa che presenta tutti i possibili effetti collaterali, mi fa firmare il consenso al trattamento. Da parte mia mi interessa solo sapere quali giorni dovrò stare a casa dal lavoro e su riuscirò a portare aventi tutte le mie attività quotidiane.
Fissiamo la data di inizio: 19 novembre.
La scrivo in agenda, come se potessi dimenticarmene.
Mi faccio il mio programma mentale e penso che se dovrò diventare calva, è bene che prepari i miei alunni alla cosa. Così, nei giorni seguenti mostro a scuola questo video:
Ho deciso di partire così, senza preamboli. Alla fine del video ho spiegato loro che, come quel bambino, anche io avevo un drago dispettoso nella pancia, anzi, che in realtà il drago era già stato eliminato, ma che poteva aver lasciato delle uova da cui sarebbero potuti nascere altri draghetti e per questo dovevo fare anche io le flebo con le goccioline azzurre.
Può sembrare difficile parlare ai bambini di queste cose, in realtà non lo è affatto. Con loro ho usato la parola tumore, ho spiegato loro che i tumori possono venire a qualsiasi parte del corpo, gli ho prospettato la caduta dei capelli. Loro hanno fatto domande, anche quelle che un adulto avrebbe paura di fare e io ho risposto senza mai mentire. E loro hanno capito tutto ciò che c'era da capire.

A una settimana esatta dalla visita e alla vigilia degli esami del sangue pre-chemio, arriva poi una novità: la dottoressa del Centro dei Tumori di Milano mi chiama per dirmi che ha riguardato meglio i risultati dell'esame istologico e che lo stadio del tumore è da rivalutare, non più 2B, ma 1C. A questo punto le indicazioni mediche non andrebbero più verso la scelta della chemioterapia, ma si ridurrebbero a controlli periodici. La notizia è bella, ma sul momento in realtà mi fa arrabbiare: dovrebbe essere una esperta a cui affidarsi una dottoressa che su due piedi leggendo in trenta secondi la tua cartella ti dice di fare la chemioterapia, per poi aspettare tre settimane per riguardare bene i risultati e cambiare idea? In più non sopporto l'incertezza. Nella vita ho sempre avuto il bisogno di sapere, di darmi una forma in testa di quello che deve essere e quando tutte le carte vengono rimescolate, faccio fatica a stare in equilibrio.
A questa telefonata seguono varie comunicazioni tra i medici e si ufficializza la sospensione della terapia (e meno male che non l'avevo ancora iniziata!).
Il 10 dicembre vado a fare una visita ginecologica di controllo ed ogni possibile novità viene rimandata a febbraio, quando dovrò fare una laparoscopia di sorveglianza di cui tutti conosciamo già gli esiti... ma a questo arriveremo bene la prossima volta.

mercoledì 11 maggio 2016

La Cosa. Parte seconda

Ci sto mettendo parecchio a scrivere questa storia, forse perché necessita di distacco, di tempo.
E ho deciso di prendermi tutto il tempo necessario, perché penso che in fondo me lo merito tutto e sia giusto così.
Dove eravamo rimasti?
Sì, all'8 ottobre 2015. Un tumore. Era proprio un tumore.
Sì, ma non un tumore facile: un tumore raro. Un tumore che in Italia rappresenta il 12% di tutti i tumori stromali e dei cordoni sessuali che a loro volta sono il 6% dei tumori ovarici che a loro volta ancora rappresentano il 3% dei tumori femminili; contando che sempre in Italia si calcola che circa 1 donna su 3 si ammala di tumore, significa che il tumore alle cellule della granulosa colpisce circa 2 donne in Italia ogni 10.000! Tac! Non me lo sono lasciata sfuggire!!
Sembra assurdo, ma a dire la verità forse è anche consolatorio che sia così: se proprio devo ammalarmi che almeno tutto questo porti a nuove conoscenze! Giorgio mi ha detto che ha parlato del mio tumore ad un qualche convegno di medicina, o qualcosa di simile...
Lato negativo della medaglia: a Lecco non hanno mai avuto altri casi del mio tumore, quindi dopo consulti vari tra ginecologi e oncologi, il consiglio è quello di sentire il parere di qualcuno più esperto. Con mamma vado allora al centro tumori di Milano a far rianalizzare i vetrini dell'operazione e a sentire il loro parere. Al primo ed unico incontro mi vengono date due alternative che non hanno per nulla l'aspetto di scelte. La dottoressa che mi riceve mi dice chiaro e tondo senza mezzi termini che secondo lei c'è da fare la chemioterapia per la presenza di almeno due fattori di rischio: la positività riscontrata sulla parete esterna della cisti e il fatto che durante l'operazione la cisti si fosse rotta.
L'alternativa? Non accettare il suo consiglio. Ma come si fa a non fidarsi del parere di una persona che studia e lavora tutti i giorni per combattere i tumori?
Tralasciando la banalità a cui tutti subito pensano dei capelli, la prospettiva è quella di una terapia che in realtà fino a che non ci sei dentro non conosci assolutamente, Nella pratica, in cosa consiste la chemioterapia? Scopro che ne esistono diverse tipologie, con farmaci, modalità di somministrazione e tempistiche completamente diverse. Scopro che la chemioterapia che dovrei fare dovrebbe uccidere le cellule malate, ma potrebbe danneggiare anche quelle sane dell'ovaio destro. Scopro che in questi casi ti consigliano di fare un prelievo di ovociti, per metterli da parte per ogni eventualità.
E così ci imbarchiamo anche in questa avventura, questa volta in una clinica di Monza perché a Lecco non si occupano di crioconservazione (e aggiungiamo una nuova parola al mio vocabolario!)
La racconterò in breve, perché così è stata: meno di due settimane dalla notizia e già avevo dei potenziali figli in provetta congelati.
A Monza sono andata pressapoco tutti i giorni per 10 giorni a fare visite di controllo, dove mi venivano contati e misurati i follicoli in crescita. Ad ogni visita uscivo con la prescrizione di una o due punture ormonali da fare la sera stessa. In una settimana ho passato tutti gli umori possibili: serenità, tristezza, rabbia, nervosismo... sono stati giorni strani.
Strani e pure dispendiosi perché - bisogna dirlo - quando ti capitano queste cose, se sei fortunato e hai una famiglia che ti aiuta e finanzia puoi fare tutto, altrimenti ti attacchi al tram: le simpatiche punture quotidiane avevano il modico prezzo di circa 60€ l'una, l'operazione del prelievo degli ovociti e la crioconservazione per il primo anno sono 300€, ogni successivo anno di conservazione sono altri 100€. Garanzie che tutto questo tornerà utile / sarà stato necessario? Zero.
Il risultato finale sono stati 3 ovociti idonei e crioconservati, quindi, ora come ora, da qualche parte ci sono delle mie cellule surgelate in qualche frigorifero. Che cosa strana!
Siamo solo ancora al 9 novembre 2015. Il racconto è ancora lungo, ma per oggi mi fermo qui.

sabato 12 dicembre 2015

La Cosa. Parte prima

E' da parecchio che non scrivevo su questo blog; non che non abbia incontrato muri ed ostacoli da maggio ad oggi, ma non sempre c'è bisogno di raccontare i propri muri o non sempre lo si può fare "in diretta".
Oggi voglio iniziare a raccontarvi la storia di un muro che non so nemmeno io quando è arrivato nella mia vita.
Questo muro ha un nome, un nome che fa paura anche solo a pensarlo. Si chiama Tumore, ma io quando ancora non lo sapevo, lo chiamavo banalmente La Cosa, ed è così che mi piace continuare a chiamarlo. A dire la verità il suo vero nome è ben più lungo ed incomprensibile. Tumore a cellule della granulosa di tipo adulto con componente di tipo giovanile. Capite ora perchè La Cosa è un nome sicuramente più accessibile.
Ebbene io non so quando La Cosa ha iniziato a crescere dentro di me. Ho scoperto che lei era li, attaccata al mio ovaio sinistro il 28 luglio 2015. Quel giorno ho saputo che lei c'era, anche se non sapevo ancora cosa fosse, non conoscevo il suo nome complicato e soprattutto non sapevo che cosa implicasse avere La Cosa.
Dato che le cose semplici a me non son mai piaciute, dovete sapere che nemmeno i medici dopo i primi esami riuscivano bene a capire di che cosa si trattasse. "Cellule della granulosa" era giusto appuntato con un punto di domanda dentro una parentesi e il nome provvisorio consisteva in un banale ed anonimo "Formazione ovarica".
Formazione ovarica che alla prima ecografia a fine luglio risultava grande 14x7 cm per arrivare al 16 settembre a misurare 15x13x12 cm.
Ma andiamo con calma.
Dopo quel famoso 28 luglio ho iniziato a frequentare con assidua frequenza ospedali e cliniche per eseguire una quantità di esami che neanche a mettere insieme gli ultimi cinque anni della mia vita ci sarei andata vicina. Alcuni, poi, con nomi mai sentiti prima come isteroscopia e colposcopia.
E tra gli altri, ci sono stati anche gli esami del sangue per i markers tumorali: negativi. Ma come?? Eh si, La mia amica Cosa è dispettosa e non si fa riconoscere.
Da una parte è un sollievo: sì, è grossa, ma probabilmente è "solo" una cisti e posso andare in vacanza senza sentirmi una malata di cancro, anzi io malata non mi sentivo proprio!
Ed eccoci a settembre: il prericovero e altri meravigliosi esami, il ricovero nella Week Surgery dell'Ospedale di Lecco, dove ho incontrato delle infermiere splendide (prima volta nella vita) e mercoledì 16.
E' il momento: i medici guarderanno in faccia La Cosa, la tireranno fuori della mia pancia e probabilmente capiranno più esattamente di che cosa si trattava veramente.
L'attesa sembra infinita, poi camice (orrendo), cuffietta (ancora più orrenda) e nient'altro: niente orecchini, niente catenina del nonno, niente orologio, solo io e La Cosa (e ovviamente un po' di paura). Si viaggia per i corridoi dell'ospedale, raggiungendo sale che non si vorrebbe mai raggiungere, aghi, solite domande dei dottori sul nome e la data di nascita (non si può rischiare di sbagliare paziente!), freddo, luci, persone, fatemi questa maledetta anestesia che mi sto agitando, il vuoto.
Il risveglio è difficile da raccontare perché si è troppo rimbambiti per capire e per ricordare. Mi hanno detto che mi sono svegliata giù da basso, ma io non lo so. Ricordo la camera e i dottori: tanti dottori. Ricordo benissimo Cecilia, la dottoressa con la frangetta che ha una bella voce e Giorgio, il medico giovane, simpatico e carino (e già occupato. ma questo l'ho scoperto solo tempo dopo, e poi non c'entra con il mio racconto). Ricordo che volevo sapere ma se mi hanno detto qualcosa di preciso io non me lo ricordo.
Poi i dottori sono andati via e al loro posto è arrivato il vomito: io la morfina non la reggo. Ogni conato è stato un dolore lancinante alla pancia.
17 settembre. Ho compiuto gli anni con un'ovaia in meno. Strano. La giornata inizia in modo traumatico: mi dicono che devo alzarmi dal letto. Ma come?? Di già?? Fascia ortopedica e via: dal letto alla sedia ad un metro, o forse meno, di distanza e mi sembra di aver conquistato la vetta dell'Everest. Il super rincoglionimento da anestetico prosegue: modalità zombie ON. Mi dicono che non si capisce nemmeno cosa provo perché sono senza espressione. Ahh, la chirurgia, che gioia!
Il vomito fa capolinea anche questa sera. E' di color verde abete. Curioso. Di nuovo, ogni conato la morte mia. Ma siamo tosti e tiriamo mattina: abbiamo scoperto che vado d'accordo con il paracetamolo.
Il 18 giro per il piccolo reparto che sembro una bambina appena impara a camminare: tutte le infermiere mi fanno i complimenti. E' confermato: sono tosta. E sono tosta (seee, magari!!!) anche quando il giorno successivo Giorgio mi dimette dicendomi che ora devo fare una puntura al giorno nella pancia per... 24 GIORNI!! Cosa? Scherziamo?? Lamentarmi è inutile.
Si torna a casa, faccio la servita e riverita per qualche giorno poi - maledizione - sono tosta per davvero e mi rimetto in forma troppo presto.

La storia sembra finita... e invece no: perché in questi casi a decretar la fine (o l'inizio) è l'esame istologico: l'analisi di alcune biopsie che mi son state fatte durante l'intervento, pezzi di me finiti sotto esame. Qui ci sta bene un bleah!
Ebbene, è stato proprio l'esame istologico a dare un nome a La Cosa. L'8 ottobre La Cosa è stata chiamata per la prima volta Tumore. Avevo un TUMORE. E adesso?

domenica 3 maggio 2015

... come nulla fosse

Se qualcuno ti fa leggere, di quel qualcuno automaticamente vale la pena di scrivere.

L'aereo è incredibilmente in orario, cosa strana,soprattutto dopo l'esperienza di tre giorni fa quando il volo di andata ha ritardato di più di due ore. Davanti al gate non mi guardo troppo in giro, sono occupata dal pensiero di sedermi sulla valigia evitando di romperla e le tre passeggere milanesi esattamente davanti alla mia visuale parlano sufficientemente ad alta voce da attirare la mia attenzione, senza bisogno di cercare altri punti di interesse.
Imbarcate sul volo delle 10:00, come al solito il mio posto è quello centrale a destra: niente finestrino, niente corridoio. La mia visuale umana si riduce ai mie due compagni di fila, agli assistenti di volo che percorrono il corridoio in lungo e in largo e il passeggero al posto corridoio della fila sinistra avanti di una alla mia.
A sinistra la mia compagna di viaggio, a destra (come al solito, anche questa volta) un uomo di mezz'età di scarsissimo interesse. Penso che il ragazzo col braccio tatuato, unico altro passeggero nella mia visuale, sarebbe stato un fantastico vicino di posto.
Poi i passeggeri spariscono tutti, i miei sensi si focalizzano sul leggero movimento del sedile, le ali che si aprono per prepararsi al decollo, il rumore dei motori pronti a dare il massimo per combattere anche questa volta la forza di gravità. Amo il momento del decollo, per pochi secondi mi sento come a Gardaland.
Il viaggio di ritorno inizia. Leggo la rivista di bordo della Ryanair, faccio un mentale breve bilancio della vacanza, proseguo di un paio di capitoli il libro di didattica della matematica che ho portato con me. Il mio passeggero preferito, in tutto questo, resta sempre nel mio campo visivo, fino a quando i due passeggeri al suo fianco non decidono di cambiare posto. Il ragazzo allora slitta sul sedile vicino al finestrino, rimanendo solo.
Non so quale strana spinta di intraprendenza mi fa alzare dal sedile per raggiungerlo. Cerco di iniziare la conversazione in modo spigliato e disinvolto, anche se credo che un discreto osservatore non si sarebbe fatto sfuggire qualche espressione traditrice sul mio viso.
Tra un misto di imbarazzo e sicurezza mi guadagno un nuovo posto sull'aereo: io e Sebastiano chiacchieriamo di Salonicco, del volo di andata, del lavoro, di matrimoni, di libri e film, di fratelli, di case e di viaggi passati. Lui si rivela non solo di bell'aspetto, ma anche piuttosto interessante.
Lo strano effetto che fa incrociare lo sguardo con uno sconosciuto resta sempre una cosa inspiegabilmente potente.
La seconda ora di viaggio trascorre velocemente, attraversiamo le nuvole di Bergamo, il carrello delle ruote per l'atterraggio viene abbassato, il mio nuovo vicino di posto mi consegna il suo biglietto da visita.
L'aereo atterra, ci stringiamo la mano, un sorriso veloce, recuperiamo i bagagli a mano e poi via, ognuno per la propria strada, come corpi celesti le cui rotte si sono passate vicino giusto per un attimo per poi tornare ad allontanarsi, quasi come nulla fosse.

Quasi come nulla fosse.

giovedì 22 gennaio 2015

Il muro. Fulminea parte seconda.

Cavoli, mi è appena arrivato in faccia, chiaro, come un'onda inaspettata, un pensiero.
Il pensiero che si nascondeva ultimamente, che sapevo che c'era ma che non riuscivo a decifrare con chiarezza.

HO PAURA DI SCRIVERE.

Io, che sono quella che scrive.
Io, il muro.